Alphabet ha accettato di versare 260 milioni di sterline, pari a circa 303 milioni di euro, per chiudere la causa collettiva promossa nel Regno Unito dagli sviluppatori di applicazioni contro le commissioni trattenute dal Play Store. La transazione è stata resa nota il 27 agosto 2026 e arriva poco più di un mese prima dell’udienza fissata per il 28 settembre davanti al Competition Appeal Tribunal di Londra, l’organo specializzato che nel sistema britannico si occupa delle controversie in materia di concorrenza. Si tratta del più grande risarcimento mai concordato all’interno del regime britannico delle azioni di classe antitrust, e il suo effetto immediato è la cancellazione di un processo che avrebbe portato in aula anni di documentazione interna sulle politiche commerciali del negozio digitale di Google.
Come funziona la ripartizione dei 260 milioni
La somma verrà divisa in due tronconi molto diversi tra loro.
Centosessanta milioni di sterline sono destinati agli sviluppatori che hanno venduto applicazioni o contenuti digitali attraverso il Play Store nel periodo compreso tra l’agosto del 2018 e il luglio del 2026, una finestra temporale di otto anni che copre praticamente l’intero ciclo di maturità del mercato delle app su Android. I restanti cento milioni serviranno invece a coprire le spese legali, il finanziamento del contenzioso e i costi di amministrazione della procedura, una voce che nelle azioni collettive britanniche pesa sempre parecchio perché il modello si regge su fondi specializzati che anticipano il capitale necessario a portare avanti la causa in cambio di una quota sul recupero finale.
Per gli operatori più piccoli è previsto un pagamento fisso minimo di duecento sterline a beneficio di chi ha realizzato ricavi pari o inferiori a 7.500 sterline, una soglia costruita per garantire un ristoro anche alla parte più frammentata della platea, quella fatta di sviluppatori indipendenti e microimprese che da sole non avrebbero mai potuto sostenere i costi di un contenzioso contro un’azienda della dimensione di Alphabet.
Perché gli sviluppatori hanno citato Google in giudizio
Al centro della contestazione c’era la commissione standard del 30% trattenuta sugli acquisti effettuati dagli utenti all’interno delle applicazioni distribuite tramite il negozio digitale. Secondo la ricostruzione dei ricorrenti quella percentuale, resa possibile dalla posizione dominante del Play Store nella distribuzione di software sui dispositivi Android, si traduceva in un prezzo eccessivo e quindi in un abuso rilevante ai sensi del diritto della concorrenza britannico. L’azione era stata depositata nell’agosto del 2024 dal professor Barry Rodger, accademico che ha assunto il ruolo di rappresentante della classe; il tribunale ha certificato il procedimento nel maggio del 2025 e la fase di scambio delle prove è partita nell’agosto successivo. La richiesta iniziale superava il miliardo di sterline, quindi l’importo concordato copre una porzione limitata delle pretese originarie.
Google ha ribadito di ritenere solide le proprie difese e ha precisato che l’accordo arriva senza alcuna ammissione di responsabilità o di illecito. Rodger ha parlato di un ottimo risultato, osservando che un risarcimento consistente diventa ora accessibile a imprese prive di qualunque possibilità di affrontare la controparte individualmente.
Il tribunale britannico della concorrenza e le altre cause contro le piattaforme
La vicenda si inserisce in una stagione particolarmente densa di contenziosi davanti allo stesso organo giudicante. Nell’ottobre del 2025 Apple è stata riconosciuta responsabile di abuso di posizione dominante in un procedimento dalla struttura analoga, con l’appello ancora pendente. A febbraio del 2026 una causa contro Qualcomm si è chiusa invece con un ritiro e senza alcun pagamento.
Resta aperta l’azione da 1,97 miliardi di sterline contro Sony sui prezzi praticati nel PlayStation Store, dove l’azienda giapponese respinge l’addebito di margini eccessivi.
Il regime britannico delle azioni collettive, introdotto con la riforma del 2015 e progressivamente collaudato dal Competition Appeal Tribunal, si sta rivelando lo strumento più rapido in Europa per trasformare una contestazione antitrust in denaro effettivamente distribuito alle imprese danneggiate, con una dinamica che ricorda quella statunitense e che nell’Unione europea, dove il Digital Markets Act impone obblighi di condotta senza generare risarcimenti automatici, ancora manca. L’intesa dovrà ora superare il vaglio del tribunale, chiamato a valutare se l’importo e i criteri di distribuzione risultino giusti e ragionevoli per la classe rappresentata. Fino a quel passaggio l’accordo resta una proposta, per quanto già firmata dalle parti.
