Un adolescente su tre è vittima di cyberbullismo e le piattaforme digitali fanno ancora troppo poco

Tempo di lettura: 4 minuti

Secondo il Rapporto Italia 2026 di Eurispes, il 34% degli adolescenti tra 11 e 19 anni ha subito episodi di cyberbullismo online, con una concentrazione maggiore nella fascia 11-14 anni. Il quadro normativo italiano ed europeo è in rapida evoluzione, tra le disposizioni del Digital Services Act e i nuovi obblighi a carico delle piattaforme digitali per la tutela dei minori.

Un adolescente italiano su tre ha subito almeno un episodio di cyberbullismo online. Lo certifica il Rapporto Italia 2026 di Eurispes, che restituisce una fotografia dettagliata e per molti versi allarmante del rapporto tra le giovani generazioni e la vita digitale. Dietro la percentuale del 34%, riferita ai ragazzi tra 11 e 19 anni nel periodo 2023-2025, si trovano storie di disagio emotivo, isolamento e vulnerabilità che i numeri da soli faticano a restituire per intero.

Connessi sempre prima, connessi sempre di più

La diffusione di Internet nelle famiglie italiane ed europee ha seguito una traiettoria rapida e profonda. Secondo i dati OCSE, le famiglie connesse sono passate dal 50% circa del 2005 al 92% del 2023, trasformando la rete da strumento selettivo a infrastruttura ordinaria della vita quotidiana.

I dispositivi mobili sono entrati in mano ai bambini molto prima di quanto si tenda a pensare. In media, il 70% dei bambini di quarta elementare possiede già uno smartphone proprio, in Italia la quota si attesta al 50,7%, comunque significativa per un’età in cui le competenze critiche sono ancora in formazione. In quasi tutti i paesi analizzati, almeno la metà degli adolescenti utilizza smartphone e altri dispositivi per oltre 30 ore settimanali. Una quota consistente supera le 60 ore, un dato che equivale a un secondo lavoro a tempo pieno dedicato agli schermi.

Il disagio, però, non si esaurisce nell’adolescenza. Il sondaggio Eurispes su Tecnologie digitali e salute del 2025 mostra che il 28,6% degli adulti interpellati percepisce come problematico il proprio rapporto con il digitale. Tra i 18 e i 24 anni quella quota sale al 41,9%, segnalando con chiarezza come le difficoltà di autoregolazione che si sviluppano durante l’adolescenza tendano a radicarsi e a prolungarsi ben oltre la soglia della maggiore età. Le piattaforme, attraverso meccanismi algoritmici progettati per massimizzare il tempo di utilizzo, amplificano queste fragilità: alimentano il bisogno di riconoscimento sociale, distorcono la percezione di sé e rendono il confronto continuo con le vite altrui una condizione quasi inevitabile per chi cresce online.

Il cyberbullismo e i rischi connessi alla sfera sessuale

Tra i fenomeni monitorati dal Rapporto, il cyberbullismo si conferma come una delle forme di esposizione digitale più impattanti sul benessere emotivo degli adolescenti. Nel periodo 2023-2025, il 34% dei ragazzi tra 11 e 19 anni ha dichiarato di aver subito episodi vessatori online, con un’incidenza più elevata nella fascia 11-14 anni e tra i maschi. Accanto al cyberbullismo, spesso intrecciati con esso in dinamiche difficili da separare, si collocano i rischi legati alla sfera sessuale: sexting, revenge porn, sextortion, grooming, esposizione a materiale pornografico e sfruttamento sessuale online rappresentano un insieme di minacce che il Rapporto documenta con attenzione, sottolineando come la loro diffusione sia favorita proprio dalla pervasività degli strumenti digitali e dalla relativa facilità con cui i minori li utilizzano senza supervisione.

Il quadro normativo attuale risponde a questi fenomeni in modo ancora frammentario. In Italia e nell’Unione Europea, l’impianto vigente si fonda principalmente sul GDPR, che fissa a 14 anni l’età per prestare il consenso al trattamento dei dati nei servizi digitali, e si concentra sulla protezione dal cyberbullismo, dall’accesso a contenuti pornografici e sulla tutela della privacy. Il biennio 2024-2026 ha però segnato un cambio di passo a livello globale: molti governi hanno abbandonato l’approccio fondato sulla responsabilità volontaria delle piattaforme per introdurre obblighi giuridici, limiti di accesso e sanzioni. Il Digital Services Act europeo ha posto nuovi requisiti in materia di tutela degli utenti vulnerabili; l’Australia ha adottato un divieto di accesso ai social per i minori di 16 anni. Diversi osservatori sottolineano, tuttavia, che la sola risposta legislativa produce effetti limitati se non affiancata da percorsi educativi strutturati che coinvolgano famiglie e scuole nella costruzione di competenze digitali critiche nelle giovani generazioni.