La Germania ha aperto un fronte destinato a incidere sull’intero dibattito europeo attorno all’intelligenza artificiale applicata alla ricerca online e allo stesso copyright. La Kommission für Zulassung und Aufsicht, l’organismo che riunisce le autorità dei media dei sedici Länder tedeschi, ha emesso il 14 luglio 2026 i primi provvedimenti nella storia del paese contro due tra i servizi più utilizzati al mondo per reperire informazioni attraverso l’intelligenza artificiale generativa: Google AI Overviews e il motore di ricerca conversazionale Perplexity. Le due decisioni condividono lo stesso impianto giuridico e arrivano al termine di procedimenti avviati dalle autorità regionali di Amburgo-Schleswig-Holstein e Berlino-Brandeburgo fin dai primi mesi del 2026.
Perché la ZAK considera Google e Perplexity fornitori di contenuti propri
Il cuore della decisione riguarda la natura giuridica delle risposte generate dai due sistemi. Secondo l’autorità tedesca, quando un sistema di intelligenza artificiale sintetizza fonti multiple e restituisce un testo autonomo, smette di comportarsi come un semplice canale di trasmissione e produce un contenuto proprio del fornitore. Questa lettura si fonda su un parere legale firmato dai professori Jan Oster e Christoph Busch, secondo cui la ricerca generativa trasforma in modo strutturale il rapporto tra utente e informazione, spostando il centro dell’esperienza dalla lista di link alla risposta preconfezionata. Il presidente della ZAK, Thorsten Schmiege, ha sintetizzato la posizione dell’autorità dichiarando che i motori di ricerca e i chatbot basati sull’intelligenza artificiale vanno considerati fornitori di contenuti e che da questo momento il diritto dei media tedesco si applica a loro senza eccezioni. Per la ZAK, il privilegio di responsabilità limitata previsto dal Digital Services Act per gli hosting provider riguarda chi ospita o trasmette informazioni altrui, condizione che viene meno quando un sistema elabora autonomamente sintesi, selezione e riformulazione dei contenuti.
Le contestazioni specifiche a Google AI Overviews e Perplexity
I due provvedimenti individuano meccanismi distinti per ciascun servizio. Nel caso di Google AI Overviews, la ZAK contesta il modo in cui la sintesi generata dall’intelligenza artificiale occupa uno spazio prominente nella pagina dei risultati, relegando in secondo piano l’elenco tradizionale dei collegamenti verso le fonti originali. Questo meccanismo produrrebbe, secondo l’autorità, una discriminazione indebita nei confronti dei contenuti giornalistico-editoriali, che perdono visibilità rispetto a una risposta già confezionata e pronta all’uso. Perplexity viene invece inquadrato come un intermediario mediatico a tutti gli effetti, perché attraverso l’inserimento di fonti, rimandi e liste di link decide quali contenuti terzi rendere reperibili e in quale ordine presentarli agli utenti. Entrambi i servizi restano quindi soggetti agli obblighi di trasparenza e non discriminazione previsti dagli articoli 91-94 del Medienstaatsvertrag, la legge tedesca sui media che regola in particolare i cosiddetti Medienintermediäre.
Le reazioni di Google, Perplexity e degli editori
Google ha reagito con immediatezza, annunciando ricorso contro entrambi i provvedimenti e sostenendo che la decisione della ZAK non colga l’evoluzione delle abitudini di ricerca degli utenti e la trasformazione dell’intero ecosistema informativo. Perplexity ha invece preferito non entrare nel merito della qualificazione giuridica, rimandando genericamente al rispetto del regolamento europeo sulla protezione dei dati e alle proprie certificazioni di sicurezza.
Diversa la reazione di Corint Media, la società che rappresenta i diritti di autori ed editori tedeschi, che ha definito i provvedimenti un segnale regolatorio importante attraverso le parole della amministratrice delegata Christine Jury-Fischer: chi utilizza risposte generate dall’intelligenza artificiale per retrocedere contenuti giornalistici e decidere la loro reperibilità deve rispondere agli stessi obblighi di trasparenza e parità di trattamento validi per qualsiasi altro intermediario mediatico. La decisione della ZAK si inserisce peraltro in un quadro giudiziario già segnato da pronunce discordanti. Il Tribunale di Monaco I aveva stabilito il 28 maggio 2026 che Google può essere chiamato a rispondere direttamente per risposte errate generate dalle proprie sintesi automatiche, con la minaccia di una sanzione fino a 250.000 euro per violazione, mentre il Tribunale di Berlino II aveva respinto il 1° giugno 2026 alcune pretese di natura marchistica legate a un caso distinto.
Si tratta di un utilizzo dell’AI che va ad impattare fortemente sull’attività editoriale e colpisce sia i giornalisti che gli editori. Non a caso, appena qualche mese fa, la Fnsi, sindacato dei giornalisti, aveva lanciato un vero e proprio allarme chiedendo all’Europa interventi immediati. E del resto anche Agcom in Italia aveva aperto un’istruttoria sul caso. Da mesi gli editori europei denunciano il rischio che i sistemi di intelligenza artificiale utilizzino contenuti giornalistici per generare risposte complete senza garantire un adeguato ritorno economico alle testate. Il problema non riguarda soltanto il diritto d’autore, ma anche la sostenibilità dell’intero sistema dell’informazione digitale. Se gli utenti ottengono direttamente dalla piattaforma la risposta che cercano, diminuisce la necessità di visitare il sito dell’editore, con inevitabili ricadute sui ricavi pubblicitari e sulla capacità delle redazioni di finanziare la produzione di contenuti originali.
Le decisioni adottate dalla ZAK si inseriscono proprio in questo contesto, riaffermando che chi genera e presenta autonomamente contenuti attraverso l’intelligenza artificiale non può essere considerato un soggetto neutrale, con una presa di posizione che appare pienamente condivisibile. Tuttavia, il confronto tra innovazione tecnologica, libertà di informazione e responsabilità delle piattaforme è destinato a intensificarsi.
