L’autorità olandese per la protezione dei dati ha deciso una sanzione da 825 milioni di euro nei confronti di Uber per aver disattivato gli account di alcuni autisti attraverso sistemi automatizzati senza fornire loro un’informazione adeguata. Il provvedimento porta la data del 17 agosto 2026 ed è stato visionato da Reuters che ne ha dato notizia. La cifra colloca la decisione al secondo posto assoluto nella storia dell’applicazione del regolamento europeo sulla protezione dei dati, alle spalle del miliardo e 200 milioni imposto a Meta dall’autorità irlandese nel 2023 per il trasferimento illecito verso gli Stati Uniti dei dati degli utenti europei di Facebook.
Cosa dice il GDPR sulle decisioni prese da un algoritmo
Il cuore giuridico della contestazione riguarda una disposizione che fino a oggi ha avuto poche applicazioni concrete di questa portata. Il regolamento vieta di far dipendere unicamente da un sistema automatico le decisioni capaci di incidere in modo significativo sulla vita di una persona, e quando una decisione di quel tipo viene presa pretende due condizioni precise: un intervento umano dotato di reale capacità di valutazione, quindi qualcosa di diverso da una firma apposta su un esito già deciso dalla macchina, e un percorso concreto attraverso cui l’interessato possa contestare il risultato. Chi lavora su una piattaforma digitale rientra pienamente in questo perimetro, perché la chiusura di un account coincide con la perdita immediata della possibilità di guadagnare.
Secondo il testo della decisione, Uber avrebbe violato sia quel diritto sia il diritto degli autisti a essere informati, elementi giudicati gravi al punto da giustificare una sanzione di questa entità.
Come venivano sospesi gli account degli autisti
La società aveva bloccato in via temporanea alcuni conducenti sospettati di frode, sulla base delle segnalazioni prodotte dai propri sistemi di controllo.
I casi tipici erano due. Il primo riguardava gli autisti che, secondo l’elaborazione automatica dei dati di percorso, avevano allungato artificialmente il tragitto per gonfiare la tariffa finale. Il secondo riguardava chi accettava una corsa senza alcuna intenzione di portarla a termine, comportamento che il software individuava incrociando accettazioni e cancellazioni. Accanto alle sospensioni temporanee esisteva una seconda categoria di provvedimenti, quelli definitivi, che colpivano talvolta gli autisti con valutazioni basse da parte dei clienti. Uber sostiene di non aver mai disattivato in modo permanente un account senza una verifica umana e afferma che oggi le esclusioni definitive hanno smesso di dipendere soltanto da sistemi automatici.
Il procedimento nasce da un reclamo presentato in Francia e riguarda episodi verificatisi in Europa fra il 2020 e il 2022. La competenza è ricaduta sull’autorità olandese per effetto del meccanismo dello sportello unico, che assegna l’istruttoria all’autorità del Paese dove si trova lo stabilimento principale, in questo caso i Paesi Bassi.
Quanto pesa la multa nella storia delle sanzioni privacy europee
Per Uber si tratta della quarta sanzione ricevuta dallo stesso garante nell’arco di otto anni. La progressione degli importi racconta bene il cambio di passo dell’enforcement europeo: 600mila euro nel 2018, 10 milioni nel 2023 per le difficoltà frapposte all’esercizio del diritto di accesso e per un’informativa lacunosa, 290 milioni nel 2024 per il trasferimento negli Stati Uniti dei dati dei conducenti europei. Il regolamento fissa un tetto pari al 4% del fatturato mondiale annuo, parametro che spiega perché le cifre applicate alle grandi piattaforme abbiano raggiunto ordini di grandezza simili a quelli delle sanzioni antitrust.
La società ha annunciato ricorso. Un portavoce ha espresso forte disaccordo con la decisione, definita sproporzionata, e ha ricordato che le procedure attualmente in uso prevedono un riesame umano e la possibilità per gli autisti di contestare le sospensioni. L’autorità olandese ha confermato l’esistenza del provvedimento senza aggiungere commenti nell’immediato.
