I Meta glasses si vendono a milioni e intanto in Europa cresce chi ne chiede il divieto

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Diverse campagne europee chiedono lo stop alla vendita degli occhiali con intelligenza artificiale di Meta e contestano la spia LED bianca come segnale insufficiente per avvisare chi viene ripreso. Il garante di Amburgo ha parlato di telecamere travestite, l'organizzazione HateAid ha depositato una denuncia penale a Francoforte e l'EDPB ha commissionato una relazione sull'accettabilità sociale di questi dispositivi.

Una campagna online nata nel Regno Unito chiede di mettere al bando gli occhiali intelligenti e ha già raccolto quasi ottomila firme. A promuoverla è Liz Hunter, fondatrice di un’azienda tecnologica, che ha lanciato StopSmartGlasses dopo essersi convinta che il dispositivo si presti con troppa facilità agli abusi. «È scandaloso che possano filmare così facilmente a tua insaputa», ha dichiarato a Euractiv. Il sito della campagna ospita anche uno strumento che permette di individuare i rivenditori che tengono questi prodotti a catalogo e di scrivere loro per chiedere di toglierli dagli scaffali.

Come si dà il consenso a essere filmati per strada

Il punto attorno a cui ruotano le critiche riguarda la consapevolezza di chi finisce nell’inquadratura, perché senza quella consapevolezza il consenso resta un’ipotesi teorica. Il modello più diffuso sul mercato porta la firma di Meta insieme a Ray-Ban e integra una piccola luce bianca che lampeggia quando parte una fotografia o un video. L’autorità irlandese per la protezione dei dati, che vigila sulla conformità di Meta alle regole europee sulla privacy in quanto il gruppo ha in Irlanda la propria sede continentale, ha spiegato a Euractiv di aver aperto un confronto con l’azienda sulle criticità legate alla riservatezza e che dopo quel confronto la spia è stata raddoppiata nelle dimensioni rispetto al modello precedente.

La misura si è rivelata insufficiente. Negli ultimi giorni Meta ha annunciato un aggiornamento pensato per rendere più affidabile l’indicatore luminoso di cattura, dopo le segnalazioni di utenti che avevano trovato il modo di aggirarlo.

Interpellata sulla vicenda, l’azienda ha risposto che la fiducia conta, sia per chi indossa gli occhiali sia per chi si trova nei paraggi, e ha rivendicato di aver progettato la tutela della riservatezza fin dalle fondamenta del prodotto. Quella rivendicazione ha però dovuto misurarsi con espedienti piuttosto elementari, come quello di far partire la registrazione e coprire soltanto dopo la lucina. Meta ha in seguito dichiarato di aver corretto quella specifica falla.

Le campagne contro gli occhiali di Meta e il soprannome che circola in rete

La contestazione ha assunto anche forme più teatrali. Durante l’estate una campagna pubblicitaria abusiva ha tappezzato le pensiline degli autobus londinesi con finte inserzioni, in una delle quali il dispositivo compariva associato al pedofilo condannato Jeffrey Epstein e presentato come adatto a chi si disinteressa del consenso altrui.

Sui social il malumore si è coagulato attorno a un’espressione sprezzante che i critici si scambiano di continuo, quella di occhiali da pervertiti, alimentata dalle segnalazioni di persone che avrebbero usato la montatura per riprendere donne durante approcci indesiderati o veri e propri episodi di molestia. Diverse donne hanno raccontato di aver scoperto in un secondo momento filmati che le ritraevano, girati a loro insaputa e poi pubblicati online. Il fenomeno si misura su numeri di mercato ormai consistenti, visto che nel corso dell’anno scorso sono state vendute sette milioni di paia, secondo quanto riportato nella relazione annuale di EssilorLuxottica, gruppo che controlla il marchio delle montature. Il prodotto permette di scattare foto e registrare video con la fotocamera incorporata, oltre a riprodurre musica e a dialogare con l’assistente di intelligenza artificiale dell’azienda. Di fronte a questa diffusione i regolatori europei sono rimasti a lungo alla finestra, mentre alcuni di loro hanno cominciato in tempi recenti a valutare un intervento.

Il rischio di una sorveglianza diffusa secondo i garanti europei

Le riserve degli attivisti travalicano la questione delle dimensioni di una spia luminosa.

L’autorità francese per la protezione dei dati ha avvertito che la diffusione degli occhiali connessi può produrre un rischio rilevante di sorveglianza generalizzata, insieme alla sua progressiva banalizzazione. Nel lungo periodo, ha scritto la stessa autorità, potrebbe radicarsi la sensazione di essere costantemente osservati o addirittura controllati, con la conseguenza di far maturare a poco a poco una forma di autocensura permanente nei comportamenti quotidiani.

Hunter condivide questa lettura e la inserisce in un ragionamento sui valori delle società occidentali, sostenendo che sottoporre le persone a sorveglianza produce danni profondi. Le grandi aziende tecnologiche, ha aggiunto, meritano poca fiducia quando piazzano telecamere sul volto delle persone negli spazi pubblici per poi continuare a raccogliere dati e ad addestrarci sopra i propri modelli di intelligenza artificiale.