Nuova Zelanda verso lo stop ai social per gli under 16, multe fino al 10% del fatturato

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Il governo di Christopher Luxon presenta l'Online Safety Bill, che impone alle piattaforme controlli sull'età tramite documenti digitali e riconoscimento facciale, con sanzioni fino al 10% del fatturato globale. La proposta segue il modello australiano in vigore da dicembre 2025 e non arriverà al voto prima delle elezioni di novembre.

Il governo neozelandese guidato da Christopher Luxon ha depositato in Parlamento l’Online Safety Bill, un disegno di legge che chiude l’accesso alle piattaforme social a chi ha meno di sedici anni e affida alle aziende tecnologiche l’onere di dimostrare che i propri utenti abbiano l’età dichiarata. Le sanzioni previste per chi ignora l’obbligo arrivano al 10% del fatturato globale, una soglia che colloca Wellington su una linea più dura rispetto ad altri interventi già sperimentati nell’area del Pacifico.

Come le piattaforme dovranno verificare l’età degli utenti

Il testo parla di misure ragionevoli, una formula che lascia alle aziende un margine di scelta sugli strumenti.

Tra le opzioni indicate dal governo compaiono i dati già presenti negli account esistenti, i sistemi di stima dell’età basati sull’analisi del volto, i servizi di identità digitale e i documenti di riconoscimento tradizionali. Alle piattaforme viene chiesto anche di valutare con regolarità i rischi che i propri servizi generano per i minori e di pubblicare rendicontazioni su come quei rischi vengono individuati e ridotti. L’impianto ricalca quello australiano, entrato in vigore a dicembre 2025, con una differenza sostanziale sul piano sanzionatorio, perché Canberra ha scelto un tetto massimo fisso mentre Wellington aggancia la multa al giro d’affari mondiale dell’azienda.

Quali servizi digitali restano fuori dal perimetro

Il divieto riguarda le piattaforme considerate ad alto rischio, categoria in cui rientrano Instagram, TikTok, Snapchat e Facebook. Fuori dal perimetro restano le applicazioni di messaggistica come WhatsApp, gli ambienti di gioco multiplayer sul modello di Roblox e gli assistenti di intelligenza artificiale con finalità produttive, da ChatGPT a Gemini fino a Copilot. La stessa architettura di esclusioni caratterizza la legge australiana, segno di un allineamento che va oltre la semplice ispirazione normativa e suggerisce la formazione di uno standard regionale sulla protezione dei minori online.

Il provvedimento introduce anche un elemento di novità rispetto al precedente australiano.

Le piattaforme di compagnia basate su intelligenza artificiale entrano infatti nel quadro regolatorio, una scelta che estende il controllo a un settore cresciuto rapidamente negli ultimi mesi e finora rimasto ai margini delle norme sulla sicurezza dei minori. Per gli operatori del comparto significa dover progettare fin dall’origine meccanismi di identificazione dell’utente.

Perché l’approvazione in Parlamento resta incerta

Due dei tre partiti che compongono la coalizione di governo hanno già annunciato voto contrario, una spaccatura che priva il primo ministro della maggioranza necessaria e sposta l’esito nelle mani dell’opposizione, ancora silenziosa sulle proprie intenzioni.

Winston Peters, leader di New Zealand First e ministro degli Esteri, ha bollato l’esperienza australiana come un fallimento totale e ha ricondotto alla sfera familiare la responsabilità di regolare l’accesso dei figli alle piattaforme, esprimendo su X il timore di una progressiva estensione delle restrizioni statali. Sul piano dei tempi il quadro si complica ulteriormente, perché il Parlamento si scioglierà il primo ottobre in vista delle elezioni generali del 7 novembre e un disegno di legge deve superare tre letture successive, un percorso che richiede diversi mesi. Luxon ha citato una ricerca del 2025 secondo cui un adolescente neozelandese su tre passa almeno cinque ore al giorno sui social media e ha ammesso che il sistema lascerà passare qualcuno, aggiungendo che la posta in gioco rende comunque doveroso il tentativo.