Leone XIV e la sfida ai signori dell’algoritmo. Ecco cosa dice sull’AI l’enciclica del Papa che vuole “disarmarla”

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Papa Leone XIV ha pubblicato Magnifica Humanitas, la prima enciclica della storia dedicata all'intelligenza artificiale, firmata il 15 maggio nel 135° anniversario della Rerum Novarum. Il documento affronta concentrazione del potere tecnologico, rischi per il lavoro, uso militare degli algoritmi e governance dei dati come bene comune, con oltre 200 pagine divise in cinque capitoli.

La firma è del 15 maggio, giorno scelto con cura certosina, esattamente centotrentacinque anni esatti dalla Rerum Novarum di Leone XIII, l’enciclica con cui la Chiesa cattolica prese posizione sulla questione operaia dell’Ottocento e fondò la moderna dottrina sociale all’epoca della prima rivoluzione industriale.

Leone XIV ha ripetuto il gesto, aggiornando la posta in gioco con un salto epocale. Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica, è il primo documento del magistero cattolico che si occupa di intelligenza artificiale e alla trasformazione digitale della società, aggiornando la dottrina sociale all’era dell’algoritmo. Oltre duecento pagine, cinque capitoli, una tesi di fondo che il Papa ha voluto presentare di persona nell’Aula del Sinodo in Vaticano, rompendo con la tradizione che affida ad altri la presentazione dei propri documenti. Accanto ai cardinali Víctor Manuel Fernández e Michael Czerny, alla teologa britannica Anna Rowlands e alla studiosa Leocadie Lushombo, sedeva Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, una delle aziende americane più avanzate nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale. La sua presenza ha trasformato la cerimonia in una sorta di confronto diretto tra il magistero della Chiesa e uno dei protagonisti dell’industria che l’enciclica mette in discussione.

Una nuova torre di Babele?

Il documento è costruito attorno a due immagini bibliche che Leone XIV sceglie come architettura narrativa dell’intera riflessione. La prima è la torre di Babele: un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza e gli esseri umani non si comprendono più. La seconda è la ricostruzione delle mura di Gerusalemme sotto Neemia: un’opera che nasce dall’ascolto, affida a ciascuno un tratto di muro da ricostruire e fa rinascere la città attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo, sacerdoti, artigiani, donne e giovani. Tra queste due immagini il Papa colloca la sfida dell’intelligenza artificiale: costruire Babele o ricostruire Gerusalemme. La scelta, scrive Leone XIV, non riguarda il futuro ma il presente, perché l’IA è già parte del quotidiano di miliardi di persone.

Si prosegue con una prima dichiarazione di campo che fissa subito le coordinate del ragionamento: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme.” Da lì in poi, Leone XIV costruisce un’analisi articolata che non si ferma alla dimensione spirituale, ma entra nel merito delle dinamiche economiche, geopolitiche e normative che governano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale nel mondo contemporaneo. L’enciclica riconosce il valore degli strumenti algoritmici, ma li colloca dentro un sistema di potere che il Papa descrive come profondamente squilibrato, dove poche grandi entità private controllano infrastrutture, capacità di calcolo e dati su scala globale, sottraendosi al controllo democratico e orientando informazione, consumi e processi politici a proprio vantaggio. La scelta della data, l’inedita partecipazione del Pontefice alla presentazione e l’invito a un co-fondatore di una delle Big Tech più influenti nel settore segnalano che Magnifica Humanitas ambisce a essere letta ben oltre le mura vaticane.

La natura dell’intelligenza artificiale e i limiti che nessun algoritmo può superare

Il primo dei cinque capitoli affronta una questione che sembra filosofica ma ha conseguenze pratiche immediate andando a stabilire cosa è, e cosa non è, l’intelligenza artificiale. Leone XIV è esplicito e non lascia margini all’ambiguità. I sistemi algoritmici elaborano dati a velocità straordinaria, imitano funzioni cognitive con precisione crescente e producono output che possono sembrare indistinguibili da quelli umani. Eppure restano privi di tre elementi che il documento considera irriducibili: la coscienza morale, il corpo e la capacità di provare empatia reale. L’IA, scrive il Papa, non matura attraverso l’esperienza vissuta, non comprende realmente ciò che produce e non assume responsabilità per le conseguenze delle proprie elaborazioni. Questa distinzione costituisce il fondamento su cui l’enciclica costruisce tutto il ragionamento successivo sulla delega delle decisioni, sulla governance degli algoritmi e sul rischio di ridurre l’essere umano a un insieme di dati ottimizzabili.

Il documento dedica ampio spazio al pericolo della sostituzione delle relazioni umane autentiche con simulacri digitali. Leone XIV descrive con preoccupazione concreta il rischio che macchine capaci di fingere cura e ascolto finiscano per isolare progressivamente le persone dai legami reali, convincendole che l’interazione con un sistema artificiale possa sostituire quella con un altro essere umano. L’enciclica critica esplicitamente le ideologie transumaniste e postumaniste diffuse nella cultura tecnologica della Silicon Valley, quelle visioni che immaginano l’essere umano come un oggetto ottimizzabile o come un insieme di parametri da migliorare attraverso l’ingegneria algoritmica. Cancellare vulnerabilità, limiti e responsabilità morale in nome dell’efficienza, scrive il Papa, significa cancellare l’umanità stessa. A questo si aggiunge una considerazione che richiama direttamente alla responsabilità: l’intelligenza artificiale non è mai moralmente neutra. Ogni sistema riflette i pregiudizi, i valori e la visione del mondo di chi lo ha progettato e addestrato. Presentarla come uno specchio oggettivo della realtà è una forma di mistificazione che l’enciclica rifiuta con fermezza, chiedendo trasparenza sui criteri con cui i modelli vengono costruiti e sui dataset su cui vengono addestrati.

Questa parte del documento si chiude con un’osservazione che ha già alimentato il dibattito fuori dal Vaticano. Se l’IA riflette i valori di chi la costruisce, allora chi controlla i modelli più potenti al mondo esercita anche un potere normativo invisibile, capace di imporre una propria visione morale attraverso infrastrutture che miliardi di persone usano ogni giorno senza rendersene conto.

Il disarmo degli algoritmi, la tecno-oligarchia e le nuove schiavitù digitali

Il concetto attorno a cui ruota l’intera enciclica è quello del “disarmo” dell’intelligenza artificiale, espressione che Leone XIV riprende dalla tradizione pacifista cattolica e applica al dominio tecnologico con un’estensione semantica precisa e deliberata. Disarmare, spiega il documento, non significa abbandonare la tecnologia né rinunciare ai benefici che può portare. Significa sottrarla alla logica della competizione militare, economica e geopolitica che ne governa attualmente lo sviluppo all’interno di una corsa all’algoritmo più performante, alla banca dati più vasta, al vantaggio da consolidare sugli avversari. “Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare”, scrive il Papa.

L’intelligenza artificiale deve smettere di essere uno strumento di dominio per diventare un bene accessibile alla pluralità delle culture umane, gestito secondo criteri di trasparenza, partecipazione e sussidiarietà. I dati, in questa visione, vanno trattati come patrimonio collettivo, essendo frutto della collettività e alla collettività devono tornare, attraverso meccanismi di governance pubblica che oggi non esistono o esistono solo in forma embrionale. L’enciclica denuncia esplicitamente quello che definisce un “colonialismo digitale”, in cui i dati delle popolazioni del Sud globale vengono estratti per addestrare modelli a vantaggio di élite lontane, senza alcuna forma di compensazione, controllo condiviso o redistribuzione dei benefici. È una forma di estrazione che il documento accosta, con linguaggio volutamente forte, alle logiche coloniali del passato: risorse prelevate da territori e comunità che non partecipano né ai profitti né alle decisioni.

L’enciclica dedica uno spazio specifico a un tema spesso rimosso dal dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale che è quello relativo all’impatto ambientale. I grandi modelli linguistici richiedono quantità enormi di energia e acqua, incidono in modo significativo sulle emissioni di anidride carbonica e consumano risorse in modo intensivo. Con l’aumento di complessità dei sistemi, crescono anche i bisogni di potenza di calcolo e capacità di archiviazione, che si appoggiano su infrastrutture energivore distribuite in ogni parte del mondo. Leone XIV inserisce questa dimensione dentro la cornice dell’ecologia integrale elaborata da Francesco nella Laudato si’. Custodire la Casa comune significa anche valutare il costo reale dei progressi digitali, senza lasciare che l’entusiasmo per le potenzialità oscuri le conseguenze concrete sull’ambiente.

AI e lavoro

Sul fronte del lavoro, Leone XIV scrive che la disoccupazione generata dall’automazione algoritmica “può diventare una vera calamità sociale” e critica apertamente quegli approcci all’innovazione che hanno come unico obiettivo la riduzione dei costi e l’aumento dei profitti, dequalificando i lavoratori, sottoponendoli a sorveglianza automatizzata e relegandoli a funzioni rigide e ripetitive che erodono il senso stesso della propria capacità di agire. Il documento va oltre la denuncia dell’automazione visibile e porta alla luce quella che definisce economia dello sfruttamento silenzioso. Milioni di persone, in prevalenza donne e giovani, impiegate in condizioni precarie per etichettare dati, moderare contenuti tossici, alimentare i dataset su cui si addestrano i modelli più potenti al mondo. Si tratta di lavoratori invisibili che rendono possibile l’intelligenza artificiale generativa che oggi occupa le prime pagine dei giornali, ma che raramente compaiono nelle storie di successo dell’industria tech. A questo si aggiunge la denuncia dello sfruttamento nelle miniere per l’estrazione delle terre rare indispensabili ai microprocessori, con riferimenti espliciti al lavoro minorile in aree del pianeta dove la filiera produttiva dell’elettronica si intreccia con violazioni sistematiche dei diritti umani. L’enciclica chiede sistemi centrati sulla persona e sui suoi bisogni, capaci di distribuire i benefici dell’automazione invece di concentrarli nelle mani di chi già detiene le risorse.

La parte dedicata alla tecno-oligarchia è tra le più citate nelle prime ore dopo la pubblicazione. Leone XIV scrive che l’intelligenza artificiale tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati, producendo una nuova asimmetria globale in cui piccoli gruppi molto influenti orientano informazione e consumi, condizionano processi democratici e incidono sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio. Il documento chiede regole internazionali, meccanismi di accountability trasparenti e una governance pubblica capace di bilanciare gli interessi privati con quelli collettivi, sottolineando che dove sono in gioco beni pubblici e diritti fondamentali la logica del mercato non può essere l’unico arbitro.

La verità sotto attacco, la democrazia in bilico e il compito della politica

Gli ultimi due capitoli dell’enciclica affrontano le conseguenze dell’intelligenza artificiale sulla sfera pubblica, e lo fanno con una concretezza che va oltre la riflessione astratta. Gli algoritmi, scrive Leone XIV, agiscono come moltiplicatori della disinformazione su scala mai vista prima. La possibilità di manipolare audio, immagini e narrazioni attraverso i deepfake e i contenuti sintetici confonde il confine tra reale e artificiale, avvelena il discorso pubblico e logora quella fiducia reciproca senza cui i sistemi democratici non reggono nel tempo. Il documento descrive un ecosistema dell’informazione dominato dalla personalizzazione estrema, in cui ciascuno riceve contenuti selezionati da algoritmi che privilegiano l’engagement emotivo rispetto alla qualità e alla veridicità dell’informazione. Questo meccanismo alimenta polarizzazione, radicalizzazione e la progressiva incapacità di costruire spazi di confronto condivisi su basi fattuali comuni. Leone XIV chiede una “ecologia dell’informazione” capace di proteggere la verità e la memoria storica, e una “alleanza educativa” che metta i giovani in condizione di esercitare pensiero critico, accettare la fatica dello studio e imparare a “digiunare” dalla velocità illudente delle risposte artificiali che simulano conoscenza senza produrla davvero. La scuola, le famiglie e le istituzioni sono chiamate insieme a questo compito, che il documento considera urgente quanto quello normativo.

Sul piano politico, l’enciclica formula una richiesta che suona quasi controcorrente rispetto al ritmo con cui l’industria tecnologica si muove. La politica deve essere “capace di rallentare quando tutto accelera”, sottraendo lo sviluppo dell’intelligenza artificiale alla sola logica della competizione economica e geopolitica per restituirlo a una deliberazione democratica che includa cittadini, lavoratori, comunità scientifiche e voci del Sud globale.

Leone XIV, infine, condanna l’uso dell’IA nei sistemi d’arma autonomi con parole nette: delegare a una macchina decisioni irreversibili sulla vita umana è moralmente inaccettabile. Anche Sul fronte militare, il documento usa parole nette che non lasciano spazio all’interpretazione. Delegare a sistemi artificiali decisioni letali o irreversibili è moralmente illecito e “Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. L’AI può rendere il conflitto più rapido e impersonale, abbassare la soglia del ricorso alla violenza e trasformare le vittime in dati, abituandoci all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata. Il collegamento con il saluto pronunciato il giorno dell’elezione al soglio pontificio è esplicito: la stessa espressione “disarmata e disarmante” con cui Leone XIV aveva descritto la pace al momento dell’insediamento torna qui applicata all’intelligenza artificiale, come fil rouge che attraversa l’intero pontificato fin dal suo primo giorno.

La richiesta di perdono

Tra i passaggi più inattesi dell’enciclica figura una richiesta di perdono storica. Leone XIV dedica ampio spazio al ritardo con cui la Chiesa ha condannato la schiavitù, riconoscendo che per diciotto secoli il magistero non è riuscito a esplicitare ufficialmente la totale incompatibilità della schiavitù con la fede cristiana, e che in alcuni casi la Sede Apostolica intervenne per regolarne le modalità anziché condannarla. “A nome della Chiesa, domando sinceramente perdono”, scrive il Papa, trasformando la memoria delle complicità storiche in richiamo alla vigilanza sul presente. Ciò che abbiamo imparato dalla schiavitù del passato deve tradursi in discernimento sulle nuove forme di sfruttamento che l’economia digitale produce oggi, spesso con la stessa invisibilità che per secoli ha reso tollerabile l’intollerabile.

.Il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha chiuso i lavori della presentazione. L’enciclica è disponibile integralmente sul sito della Santa Sede.