La procura distrettuale di Keelung ha incriminato nove persone per il presunto coinvolgimento in un’operazione di esportazione illegale di server ad alte prestazioni verso la Cina, aggirando le restrizioni statunitensi sulle tecnologie destinate all’intelligenza artificiale. Tra gli indagati figurano un dirigente della distribuzione Nvidia a Taiwan, due manager delle vendite di Super Micro, l’amministratore delegato del distributore Albatron Technology e un dipendente di Chief Telecom, coinvolti secondo gli inquirenti in un meccanismo costruito per superare i controlli di conformità dall’interno stesso delle procedure che avrebbero dovuto impedirlo.
Il centro dati che esisteva soprattutto sulla carta
Gli inquirenti sostengono che gli imputati abbiano presentato documenti falsi sull’utilizzatore finale, indicando che 130 server B300 prodotti da Super Micro e dotati di acceleratori Nvidia sarebbero rimasti in un’infrastruttura affittata a Taiwan. La destinazione dichiarata serviva a ottenere l’autorizzazione all’acquisto senza sollevare sospetti presso i team di conformità dei due produttori.
Di quei 130 sistemi, 74 sarebbero stati effettivamente trasferiti verso clienti collocati nella Cina continentale, seguendo percorsi diversi per rendere più difficile ricostruire la catena logistica: alcune spedizioni sarebbero avvenute in modo diretto, altre attraverso l’Indonesia e il Giappone, con ulteriori passaggi che comprendevano anche Hong Kong, in una sequenza che separava formalmente il venditore dalla destinazione finale e permetteva a ogni singola tratta di apparire come una normale esportazione verso un intermediario asiatico. I restanti 56 server, formalmente destinati a un’azienda giapponese, non hanno lasciato l’isola in quanto la dogana taiwanese ha rilevato alcune irregolarità nella documentazione, bloccando la spedizione e dando avvio all’indagine che ha poi ricostruito anche le operazioni precedenti.
Le accuse e le richieste della procura
Per la procura gli imputati conoscevano nel dettaglio le procedure di controllo interne adottate da Nvidia e Super Micro sulle esportazioni,+ e proprio questa conoscenza avrebbe permesso di costruire documenti falsificati e strutture di copertura capaci di presentare l’operazione come regolare agli occhi dei verificatori.
Otto dei nove indagati devono rispondere di violazione degli obblighi di fedeltà aziendale e falsificazione di documenti, mentre le contestazioni comprendono anche l’appropriazione indebita di somme superiori al milione di dollari, ottenute attraverso fatture ritenute false utilizzate per trasferire e suddividere parte dei ricavi illeciti. Per sette imputati, invece, la procura ha chiesto pene fino a sei anni di reclusione, mentre due persone che avrebbero collaborato con gli inquirenti potrebbero ricevere un trattamento più favorevole.
Alcuni sospettati restano in stato di fermo, mentre un imputato risulta ancora ricercato. Le accuse formulate dalla procura non corrispondono ancora a responsabilità accertate da un tribunale, e né Nvidia né Super Micro hanno risposto alle richieste di commento al momento della pubblicazione della notizia.
Il precedente americano e la fragilità dei controlli export
Il procedimento taiwanese corre in parallelo a un’indagine avviata negli Stati Uniti lo scorso marzo, quando il Dipartimento di Giustizia ha incriminato il cofondatore di Super Micro Yih-Shyan Liaw insieme ad altre due persone per un’operazione di diversione stimata in circa 2,5 miliardi di dollari. In quel caso gli inquirenti americani hanno descritto migliaia di server dummy, privi di componenti funzionanti, allestiti per superare gli audit di conformità, con etichette e adesivi di serie trasferiti da un dispositivo all’altro anche con l’aiuto di un semplice phon.
Dal 2022 gli Stati Uniti limitano progressivamente la vendita alla Cina degli acceleratori più avanzati, ritenendo che questa capacità di calcolo possa alimentare, oltre ai servizi commerciali, anche ricerca militare, sorveglianza e sviluppo di sistemi cyber. I procuratori di Keelung hanno però precisato che la violazione delle norme statunitensi non costituisce di per sé un reato secondo il diritto taiwanese, motivo per cui le contestazioni si concentrano su condotte perseguibili localmente, come il falso documentale e l’appropriazione indebita.
Taiwan produce una parte rilevante dei semiconduttori avanzati impiegati a livello mondiale nelle applicazioni di intelligenza artificiale e negli ultimi anni ha inasprito i controlli sull’esportazione di tecnologia sensibile verso la Cina, che rivendica la sovranità sull’isola nonostante la ferma opposizione del governo democraticamente eletto di Taipei.
Indonesia, Giappone e Hong Kong, la geografia delle triangolazioni
Le rotte indicate dalla procura mostrano anche che la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina non si ferma alla frontiera dei due Paesi. Coinvolge l’intera rete asiatica della produzione e distribuzione elettronica. Taiwan progetta e fabbrica una parte essenziale dei semiconduttori mondiali. Il Giappone ospita produttori, distributori e grandi utilizzatori tecnologici. Indonesia e altri Paesi del Sud-est asiatico attirano data center e investimenti infrastrutturali. Hong Kong conserva un ruolo centrale nella finanza e nel commercio collegati alla Cina continentale.
Questi legami sono economicamente normali, ma possono essere sfruttati per nascondere la destinazione di apparecchiature sottoposte a restrizioni. Più passaggi vengono inseriti nella catena, più diventa difficile distinguere un cliente legittimo da un soggetto che opera come copertura. La conseguenza potrebbe essere un irrigidimento dei controlli anche verso Paesi formalmente non sottoposti alle stesse limitazioni della Cina. Produttori e autorità potrebbero chiedere informazioni aggiuntive sugli acquirenti, imporre verifiche dopo la consegna e considerare anomale esportazioni non coerenti con la capacità tecnologica o commerciale del destinatario, rischiando di aumentare tempi e costi anche per le imprese che non hanno alcun ruolo nelle triangolazioni.
