OpenAI ha disattivato un gruppo di account ChatGPT riconducibili alla Russia, impiegati per alimentare una campagna di influenza ostile all’Unione europea e costruita attorno a un centro studi che, secondo la ricostruzione dell’azienda americana, funzionava soltanto come vetrina. Al centro dell’operazione c’era l’International Burke Institute, presentato sul proprio sito come una comunità di esperti con tanto di recapito stradale in Israele.
Come funzionava la campagna di influenza russa costruita su ChatGPT
Poiché l’accesso ai modelli di OpenAI resta precluso dal territorio russo, gli operatori raggiungevano la piattaforma attraverso VPN, impartivano istruzioni in russo e ottenevano commenti quasi sempre redatti in inglese, chiedendo esplicitamente al sistema di ripulire i testi da qualsiasi spia linguistica che potesse tradire la loro collocazione geografica. Va precisato che il contributo del modello riguardava i messaggi destinati ai social, mentre gli articoli ospitati sul sito dell’istituto risultavano di mano umana, ripresi da pubblicazioni già esistenti. Il materiale generato finiva su Substack, Telegram, X, Facebook e LinkedIn, sempre con un rimando alla vetrina dell’organizzazione, così che il collegamento assumesse l’aspetto di una citazione di ricerca anziché di un banale rilancio promozionale. Un operatore ha prodotto messaggi in tedesco per un canale Telegram che attaccava Kiev e Bruxelles mentre auspicava un riavvicinamento con Mosca, con affondi ricorrenti sul governo di Berlino. Un altro ha generato loghi per una dozzina di canali dedicati a Germania, Stati Uniti, Francia, Polonia e Turchia, per poi domandare al modello riassunti in russo dell’attività svolta.
Il filo è partito da alcuni post social dall’aspetto artificiale. Seguendolo, gli analisti hanno raggiunto un’architettura di dimensioni assai più ampie.
Articoli copiati e narrazione anti-UE sul sito dell’istituto
Il dominio era stato registrato nel febbraio 2025 e millantava la partecipazione di studiosi di primo piano, tra cui Francis Fukuyama e Noam Chomsky. Nessuno dei due, ovviamente, aveva mai avuto rapporti con l’organizzazione.
L’esame condotto su 36 contributi attribuiti agli esperti dell’istituto e pubblicati tra il settembre 2025 e il maggio 2026 ha rilevato che 34 provenivano da altre pubblicazioni già presenti in rete, in diversi casi vecchie di anni e riproposte sotto nomi che con quei testi avevano poco a che spartire. Un saggio uscito originariamente per Cambridge University Press risultava firmato da un docente dell’Università di Nottingham del tutto estraneo alla sua stesura, mentre un’analisi sulle politiche migratorie era stata prelevata da un’altra fonte e ricollocata sotto un’attribuzione diversa. Il cuore polemico del sito stava però in un cosiddetto indice di sovranità, che assegnava punteggi generosi alla Russia e degradava sistematicamente i paesi europei insieme alle istituzioni comunitarie e agli Stati Uniti, fino a collocare l’apparato militare russo mezzo punto sopra quello statunitense. Su quella scala poggiava la tesi ricorrente dei contenuti diffusi sui social, ovvero l’immagine di un’Europa dipendente e priva di autonomia decisionale, contrapposta a una Mosca sovrana.
Il sito ospitava dunque una biblioteca di prestigio interamente presa in prestito, senza che gli autori originali ne sapessero nulla.
Quanto pubblico ha raggiunto l’operazione secondo OpenAI
Il ritorno in termini di audience è rimasto contenuto: pochissime visualizzazioni sui singoli contenuti, iscritti scarsi sugli account ufficiali dell’istituto, mentre i canali Telegram collegati si attestavano su cifre comprese tra i 10.000 e i 20.000 follower ciascuno, con una geografia concentrata sui grandi paesi dell’Unione. Sulla scala Breakout elaborata dalla Brookings Institution, OpenAI ha classificato l’attività al terzo livello su sei, quello in cui la diffusione tocca più piattaforme e affiorano i primi segnali di contatto con utenti reali. Nel rapporto l’azienda osserva che il peso della vicenda risiede nell’apparato messo in piedi più che nei numeri raccolti, perché quell’impianto era pensato per fabbricare credibilità accademica e distribuirla su canali differenti a costi marginali quasi nulli.
Interventi analoghi erano già stati adottati contro reti riconducibili a Mosca. Lo scorso febbraio erano finiti nel mirino gli account legati al network filo-Cremlino Rybar, che aveva usato ChatGPT come una catena di montaggio per post e commenti in più lingue.
