Perchè Altman e altri CEO di AI stanno facendo marcia indietro sulle previsioni occupazionali?

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Il CEO di OpenAI Sam Altman ha dichiarato il 26 maggio 2026 di essersi sbagliato sulle previsioni di perdita massiccia di posti di lavoro tra i colletti bianchi, riconoscendo che i ruoli entry-level si sono dimostrati più resistenti all'automazione del previsto. Le dichiarazioni arrivano a poche settimane dalla prevista IPO di OpenAI, stimata intorno ai mille miliardi di dollari di valutazione, e si affiancano a una posizione analoga assunta da Dario Amodei, CEO di Anthropic.

Pochi giorni fa Sam Altman ha detto qualcosa di insolito per uno dei CEO più potenti della Silicon Valley: ha ammesso di essersi sbagliato. Intervenendo il 26 maggio 2026 a una conferenza organizzata dalla Commonwealth Bank of Australia a Sydney, il fondatore e amministratore delegato di OpenAI ha riconosciuto che le sue previsioni sull’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione dei colletti bianchi non si sono avverate nei tempi né nelle dimensioni che aveva immaginato. “Sono felice di essermi sbagliato”, ha dichiarato ad Matt Comyn, CEO dell’istituto bancario australiano. “Pensavo che i lavori entry-level da ufficio sarebbero stati eliminati molto più rapidamente di quanto sia effettivamente accaduto.” Altman ha distinto tra le sue previsioni tecnologiche, che ha definito “grosso modo corrette”, e quelle di ordine socio-economico, classificate invece come “abbastanza sbagliate”. Ha escluso che si concretizzerà il tipo di “apocalisse occupazionale” di cui alcune voci nel settore continuano a parlare.

La retromarcia di Altman e Amodei

Altman non è solo. Una posizione analoga è arrivata da Dario Amodei, CEO di Anthropic, che in passato aveva sostenuto con forza che l’AI avrebbe potuto eliminare fino al 50% dei lavori entry-level nel giro di cinque anni, con tassi di disoccupazione destinati a salire tra il 10 e il 20%. Amodei ha ora riformulato la sua lettura: se il 90% di un lavoro viene automatizzato, ha spiegato, il restante 10% si espande e diventa il nuovo fulcro dell’attività del lavoratore, moltiplicando la produttività invece di cancellare la posizione.

Il cambio di rotta di entrambi i CEO arriva in un momento specifico che merita attenzione. OpenAI si sta preparando a presentare in modo riservato la documentazione per una quotazione in borsa negli Stati Uniti, puntando a una valutazione attorno ai mille miliardi di dollari e a raccogliere almeno 60 miliardi. Anthropic segue una traiettoria simile, con una valutazione stimata dello stesso ordine di grandezza. Diversi analisti hanno fatto notare la coincidenza tra l’ammorbidimento delle previsioni catastrofiche e la prossimità delle IPO: un’apocalisse occupazionale attribuibile ai propri prodotti non sarebbe esattamente il miglior biglietto da visita per gli investitori istituzionali. Goldman Sachs CEO David Solomon, da parte sua, ha mantenuto una posizione distinta per tutto il dibattito: secondo lui l’allarmismo era esagerato fin dall’inizio, e indica oggi un secolo di storia economica americana come conferma della propria lettura.

Per spiegare perché la sostituzione non sia avvenuta alla velocità prevista, Altman ha fatto riferimento a quello che chiama “la componente umana” del lavoro. Ha raccontato di aver tentato di delegare all’AI la gestione delle sue email e dei suoi messaggi Slack, presentandosi agli interlocutori come “l’AI di Sam”, per poi tornare a rispondere personalmente. Ha letto quel ritorno come una conferma che il fattore umano è più radicato di quanto la tecnologia possa suggerire, e che questa adesione istintiva alle relazioni dirette protegge molte posizioni lavorative da una sostituzione automatica.

I numeri che complicano il quadro

Le dichiarazioni di Altman convivono però con dati che raccontano una storia più articolata. Secondo il tracker TrueUp, oltre 144.000 lavoratori del settore tecnologico hanno perso il posto nel corso del 2026, avvicinandosi già in primavera ai 124.000 licenziamenti registrati nell’intero 2025.

Meta ha annunciato circa 8.000 tagli legati a ristrutturazioni motivate dall’adozione dell’AI, con ulteriori riduzioni attese entro fine anno. Groupon ha tagliato fino a 400 dipendenti — quasi il 25% della sua forza lavoro globale di 1.734 persone, dichiarando esplicitamente l’obiettivo di trasformarsi in una “azienda AI-native”, con risparmi annualizzati attesi tra i 20 e i 25 milioni di dollari. Wix, la piattaforma israeliana per la creazione di siti web, ha annunciato il licenziamento di circa 1.000 dipendenti, pari al 20% dei suoi 5.277 collaboratori, il taglio più ampio nella storia dell’azienda, motivato in larga parte dagli ingenti investimenti in infrastruttura AI. HSBC, Amazon e Standard Chartered hanno anch’esse comunicato riduzioni di organico ricollegate all’automazione — circostanza che lo stesso Altman ha riconosciuto nel corso della conferenza. La società di outplacement Challenger, Gray & Christmas ha contabilizzato quasi 50.000 tagli annunciati negli Stati Uniti e attribuiti esplicitamente all’AI nei primi mesi del 2026. Goldman Sachs ha stimato che l’adozione dell’intelligenza artificiale ha ridotto la crescita mensile dell’occupazione di circa 16.000 unità. Altman ha anche criticato la pratica dell'”AI washing”, ovvero l’abitudine di alcune aziende di attribuire all’intelligenza artificiale tagli che in realtà derivano da altre ragioni gestionali, introducendo così un elemento di opacità nella lettura dei dati disponibili.

Cosa dicono le ricerche accademiche

Sul versante della ricerca, le conclusioni divergono in modo significativo a seconda della metodologia adottata. Lo Yale Budget Lab non ha rilevato variazioni significative nella composizione occupazionale o nella durata della disoccupazione per i lavoratori nei settori con alta esposizione all’AI, almeno fino a marzo 2026, e ha escluso che l’intelligenza artificiale sia la causa principale dell’attuale debolezza del mercato del lavoro statunitense. La Brookings Institution è arrivata a conclusioni simili, segnalando impatti limitati sulla struttura occupazionale complessiva nel periodo analizzato.

Il quadro si complica quando si adotta un’angolatura diversa. Daniel Keum, professore associato di management alla Columbia Business School, ha spiegato che l’AI sta incidendo sul mercato del lavoro soprattutto attraverso una contrazione delle nuove assunzioni, in particolare di profili junior, piuttosto che tramite licenziamenti diretti su larga scala. Anthropic stessa, in una posizione curiosamente in contrasto con la retromarcia pubblica del suo CEO, ha pubblicato ricerche che evidenziano un rallentamento nelle assunzioni di lavoratori più giovani nelle professioni con alta esposizione all’AI a partire dalla fine del 2022. Questa dinamica è confermata anche da osservatori del settore della selezione del personale: le posizioni entry-level sono più difficili da ottenere, le retribuzioni per i ruoli d’ufficio junior tendono ad appiattirsi, e molte aziende stanno apertamente valutando se tre analisti siano ancora necessari quando uno, affiancato da strumenti AI, riesce a coprire lo stesso carico di lavoro. Un’erosione che si manifesta nei volumi di assunzione molto prima di comparire nelle statistiche sulla disoccupazione.

La disputa tra Altman e i dati di mercato, in definitiva, riguarda la scala e il ritmo del fenomeno, non la sua esistenza. E mentre i CEO dell’AI aggiornano le loro previsioni, i ricercatori continuano a raccogliere evidenze su un cambiamento che procede in modo meno spettacolare di quanto annunciato, ma non per questo meno reale.