Voci rubate per l’IA, nove giganti tech finiscono in tribunale in Illinois

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Nove cause collettive depositate a Chicago accusano Apple, Amazon, Meta, Microsoft, Nvidia, Samsung, Alphabet, Adobe ed ElevenLabs di aver usato voci registrate senza consenso per addestrare sistemi di intelligenza artificiale. Le richieste si fondano sulla legge sulla privacy biometrica dell'Illinois e non sul diritto d'autore, aprendo un fronte legale diverso da quello finora prevalente nelle cause contro l'IA generativa

A Chicago si sta consolidando un fronte legale che sposta l’attenzione dal diritto d’autore verso la tutela dei dati biometrici nel campo dell’intelligenza artificiale. Nove class action depositate tra l’11 e il 19 maggio 2026 presso il tribunale federale del Distretto Nord dell’Illinois coinvolgono nove tra le più grandi società tecnologiche al mondo. I ricorrenti sono giornalisti, doppiatori, narratori di audiolibri e podcaster residenti in Illinois, alcuni dei quali con decenni di carriera nell’emittenza locale alle spalle. La vicenda apre uno scenario diverso da quello finora prevalente nelle cause contro l’intelligenza artificiale generativa, dove il terreno di scontro era stato quasi sempre il copyright.

Le accuse mosse dai ricorrenti

Tra i firmatari delle cause figurano volti noti come Carol Marin e Phil Rogers, entrambi ritiratisi da NBC5 Chicago, insieme alla giornalista Robin Amer, ai doppiatori Lindsay Dorcus e Victoria Nassif e ai podcaster Yohance Lacour e Alison Flowers.

Secondo le denunce, le società convenute avrebbero estratto le impronte vocali dei ricorrenti da registrazioni pubblicamente disponibili su podcast, video YouTube e audiolibri, senza fornire alcuna informativa preventiva né raccogliere il consenso scritto richiesto per legge. Quei dati sarebbero poi confluiti nell’addestramento di modelli commerciali di sintesi vocale, capaci di generare narrazioni artificiali, doppiaggi automatici e assistenti vocali distribuiti su miliardi di dispositivi. L’avvocato Ross Kimbarovsky, dello studio Loevy & Loevy di Chicago, segue i procedimenti su base di compenso a percentuale sull’eventuale risarcimento e stima danni potenziali per centinaia di milioni di dollari a carico di ciascuna delle nove aziende. Le imprese coinvolte, tra cui Apple, Amazon, Meta, Microsoft, Nvidia, Samsung, Alphabet, Adobe ed ElevenLabs, non hanno ancora fornito una versione pubblica dei fatti al momento del deposito delle prime cause.

Il ruolo della legge sulla privacy biometrica dell’Illinois

Le nove cause si fondano sull’Illinois Biometric Information Privacy Act, la normativa statale che impone alle aziende di ottenere un consenso scritto prima di raccogliere impronte digitali, scansioni del volto o dati vocali identificativi.

La legge, in vigore dal 2008, ha già prodotto migliaia di contenziosi contro società accusate di aver raccolto dati biometrici di dipendenti e clienti senza le dovute autorizzazioni. Tra i precedenti più rilevanti compare l’accordo da 650 milioni di dollari raggiunto da Meta nel 2020 per il riconoscimento facciale, oltre al risarcimento da 300.000 dollari pagato da Whole Foods nel 2023 per la raccolta di impronte vocali dei dipendenti tramite sistemi di verifica dell’identità. I sostenitori della normativa sottolineano una differenza sostanziale rispetto ad altri dati sensibili: un numero di previdenza sociale rubato può essere sostituito, mentre un’impronta vocale, come un’impronta digitale o una scansione del volto, resta irripetibile per chi la possiede.

Le cause depositate a Chicago restano distribuite tra sette giudici diversi del medesimo tribunale.

La difesa delle aziende e lo stato del procedimento

Apple aveva chiesto a luglio 2026 la riunione delle otto cause parallele davanti a un unico magistrato, richiesta respinta dal tribunale dell’Illinois. All’inizio di agosto, Google e Meta hanno depositato istanze di archiviazione sostenendo che i ricorrenti non abbiano dimostrato l’uso effettivo delle proprie voci specifiche nei prodotti commercializzati. Google, in particolare, ha argomentato di addestrare i propri modelli su contenuti pubblici di YouTube coperti da licenza, in grado di riprodurre un parlato naturale ma non la voce di un singolo individuo riconoscibile. Le altre società convenute hanno presentato mozioni analoghe verso fine agosto, contestando l’assenza di un danno concreto e verificabile. I ricorrenti replicano che la raccolta sistematica delle impronte vocali costituisce già di per sé il danno che la legge dell’Illinois intende prevenire.