Il sorriso di Xi alla Casa Bianca nasconde un no a Trump, Minniti svela la strategia di Pechino

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Secondo Marco Minniti, presidente della Fondazione Med-Or, al vertice di Washington Xi Jinping ha respinto l'idea di un G2 con gli Stati Uniti e ha ottenuto il riconoscimento della Cina come superpotenza, mentre Trump ha incassato la proroga di due mesi della tregua sui dazi. Nell'intervista alla Verità l'ex ministro indica Iran, Ucraina, intelligenza artificiale e Taiwan come terreni di divergenza tra le due potenze, con in sospeso un pacchetto di armi americane da 14 miliardi di dollari per l'isola

Xi Jinping ha ottenuto dal vertice di Washington il riconoscimento che inseguiva da tempo, quello di capo di una superpotenza accolta alla pari, ma ha lasciato cadere la proposta di Donald Trump di dare vita a una sorta di direttorio a due tra Stati Uniti e Cina. A sostenerlo è Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e oggi presidente della Fondazione Med-Or, in un’intervista alla Verità ripresa da Adnkronos, dove l’incontro alla Casa Bianca viene descritto come il simbolo dei nuovi rapporti di forza tra le due potenze, senza passi avanti risolutivi sulle questioni aperte.

Perché la Cina ha respinto il G2 proposto da Trump

Minniti parte dal clima dell’incontro, segnato da un Xi particolarmente sorridente (atteggiamento raro per un dirigente comunista) e da un’accoglienza americana di livello notevole.

Secondo l’ex ministro, il leader cinese si è presentato a Washington come riferimento di un pezzo di mondo che lui stesso definisce «i non allineati del terzo millennio», un insieme in cui compaiono India, Emirati Arabi e Iran accanto a una Turchia sempre più coinvolta. Sono Paesi privi di una visione condivisa del mondo, come dimostra la presenza di Ankara nella Nato, che hanno però in comune la volontà di essere protagonisti nella definizione di un nuovo ordine internazionale, perché quello precedente, nella lettura di Minniti, si è esaurito per sempre e chi saprà occupare gli spazi lasciati liberi avrà voce nelle regole che verranno.

Trump avrebbe voluto costruire un G2, cioè un nuovo equilibrio fondato sull’intesa tra Washington e Pechino, mentre la leadership cinese guarda a un G1. L’obiettivo di Xi, spiega Minniti, coincide con la stabilità strategica, condizione che permette alla Cina di crescere senza condividere con gli Stati Uniti il governo del mondo, a partire dai conflitti armati ancora in corso.

La tregua sui dazi e le distanze su Iran e Ucraina

Sul fronte economico il presidente americano puntava soprattutto a prolungare la tregua commerciale per rassicurare la propria base elettorale. Il risultato è arrivato per un periodo breve, perché l’accordo raggiunto a Busan, che aveva abbassato i dazi americani e sospeso i controlli cinesi sull’export di terre rare e minerali critici, resterà in vigore fino al 10 gennaio 2027. Nel pacchetto presentato dalla Casa Bianca compaiono anche raccomandazioni per un trattamento tariffario più favorevole su 30 miliardi di dollari di beni non sensibili in ciascuna direzione, mentre i due presidenti dovrebbero rivedersi a novembre al vertice Apec di Shenzhen e a dicembre al G20 di Miami.

Sull’Iran, Minniti parla di un sostegno militare diretto di Pechino fatto di droni e altri armamenti. La Cina, a suo avviso, ha poco interesse ad avviare un vero percorso di pace, forte dei buoni rapporti con Teheran e forse ancora acquirente del suo petrolio lungo rotte poco note che passano dalla Turchia. Le promesse cinesi di mediazione sull’Ucraina sono rimaste sulla carta, mentre Vladimir Putin ha tutto l’interesse ad attendere le prossime mosse di Washington.

Intelligenza artificiale e Taiwan dividono Washington e Pechino

Anche l’intelligenza artificiale separa le due capitali, dato che Trump rifiuta qualsiasi limite a quella che chiama superintelligenza, a differenza dell’impostazione cinese. Al vertice le delegazioni hanno concordato un dialogo sui rischi e sui benefici della tecnologia e un canale di comunicazione per gli incidenti legati all’AI, senza annunciare regole di sicurezza vincolanti.

Minniti considera Taiwan la questione decisiva per la leadership cinese. Nei colloqui privati Xi ha chiesto a Trump di opporsi all’indipendenza dell’isola, secondo la nota diffusa da Pechino.

Nella ricostruzione dell’ex ministro, il governo cinese sta archiviando il principio del consenso, che in qualche misura tutelava l’autonomia di Taipei, per passare a quello della riconciliazione, parola che nella sostanza indica la riunificazione. Il leader del Kuomintang è stato ricevuto a Pechino e si è detto d’accordo con questa impostazione. Sul tavolo resta intanto un contratto americano da 14 miliardi di dollari per la vendita di armi all’isola, che lo stesso Trump ha indicato come possibile merce di scambio nel negoziato con Xi. Se la Casa Bianca decidesse di bloccarlo, osserva Minniti, il segnale sarebbe inequivocabile: gli Stati Uniti si separerebbero dal destino di Taiwan, probabilmente nella convinzione che la scelta possa favorire una riconciliazione strategica con la Cina.