Qualcosa si è mosso a Bruxelles, e stavolta in modo diverso dal solito. Per anni le istituzioni europee hanno costruito la propria presenza nel dibattito digitale attraverso regolamenti: norme per limitare, correggere, sanzionare le condotte delle grandi piattaforme tecnologiche. Un modello che ha prodotto risultati importanti sul piano della tutela dei diritti, ma che lasciava intatta una questione di fondo: l’Europa non produceva le tecnologie che disciplinava. Il 3 giugno 2026 la Commissione ha presentato il Tech Sovereignty Package, un pacchetto legislativo che prova a colmare quella distanza.
Lo sfondo è quello di una dipendenza strutturale che i numeri rendono difficile da ignorare. L’80% dei prodotti, servizi e infrastrutture digitali utilizzati nell’Unione proviene da paesi fuori dall’UE. La spesa annua europea in tecnologia informatica supera i 264 miliardi di euro, orientata in larga misura verso fornitori statunitensi. Nel settore cloud la concentrazione è ancora più marcata: Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud controllano circa il 70% del mercato europeo, mentre il maggiore operatore continentale si ferma al 2%. Su questo tema avevamo già ricostruito la portata del piano europeo, quando i dettagli del pacchetto erano ancora in fase di definizione. Ora il testo è sul tavolo, e la direzione è confermata.
Chip, cloud e open source: le tre leve del pacchetto
Il cuore del pacchetto è il Cloud and AI Development Act, il provvedimento più atteso tra quelli inclusi nel testo. La legge introduce un sistema articolato in quattro livelli di sovranità per i servizi cloud, su cui le pubbliche amministrazioni dei 27 Stati membri dovranno basare le proprie valutazioni del rischio prima di affidare dati a un fornitore esterno. I criteri comprendono il controllo effettivo sul servizio, la trasparenza della catena di fornitura, la localizzazione fisica delle infrastrutture e il livello di cybersicurezza garantito. In pratica, le piattaforme americane non potranno più essere usate per trattare dati pubblici sensibili nei settori finanziario, giudiziario e sanitario. Le imprese private, almeno in questa fase, rimangono fuori dall’ambito di applicazione.
L’obiettivo industriale fissato dal testo è preciso: triplicare la capacità dei data center europei entro cinque-sette anni, con una copertura completa dei bisogni di imprese e amministrazioni pubbliche prevista al 2035. Per arrivarci, la legge prevede procedure di autorizzazione semplificate per le nuove infrastrutture, criteri per identificare le aree idonee alla costruzione e misure per gestire la domanda crescente di energia, con attenzione all’efficienza e all’integrazione nel sistema energetico. Il testo include anche la prima definizione formale di “sovranità digitale” a livello UE, un concetto richiamato in ogni sede istituzionale da anni ma mai codificato in un testo vincolante: una lacuna che aveva conseguenze concrete sugli appalti pubblici e sul grado di apertura del mercato ai fornitori stranieri, ora colmata.
Il Chips Act 2.0 affianca il Cloud and AI Development Act con un approccio diverso da quello del regolamento del 2023. La versione originale aveva puntato principalmente sui sussidi per costruire fabbriche di semiconduttori in Europa, con risultati deludenti: Intel aveva annunciato due mega-fabbriche in Germania per poi rinunciare. Il nuovo testo sposta l’asse dalla produzione alla domanda, stimolando gli acquisti di chip europei attraverso il coordinamento negli appalti pubblici e incentivi al consumo, nella convinzione che domanda robusta e offerta locale si rafforzino a vicenda. La terza componente del pacchetto è la Strategia sull’Open Source, pensata per estendere l’autonomia tecnologica nei settori considerati prioritari: cloud, intelligenza artificiale, sicurezza informatica e semiconduttori.
Investimenti privati e la mossa del Parlamento su Qwant
L’impostazione complessiva scelta dalla Commissione evita qualsiasi deriva protezionistica. Il Mercato Unico rimane aperto alle partnership con aziende extra-UE e alla concorrenza internazionale. La parola d’ordine è diversificazione dei fornitori, affiancata dall’interoperabilità e dall’adozione di standard aperti. Per colmare il divario stimato dal rapporto Draghi in 800 miliardi l’anno, i finanziamenti pubblici da soli non bastano: il pacchetto prevede la mobilitazione di capitali privati su larga scala attraverso il programma InvestAI (200 miliardi dedicati all’intelligenza artificiale), lo Scale-up Europe Fund e l’Industrial Accelerator Act, strumenti pensati per sostenere le imprese ad alta crescita e facilitare l’accesso ai mercati dei capitali per le realtà deep-tech europee. Le proposte legislative, una volta presentate dalla Commissione, dovranno ottenere il via libera di tutti e 27 gli Stati membri prima di entrare in vigore. La vice-presidente esecutiva Henna Virkkunen aveva fissato come scadenza operativa la data del Consiglio dei Ministri delle Telecomunicazioni del 9 giugno 2026, obiettivo centrato.
Lo stesso 3 giugno, il Parlamento Europeo ha comunicato che dal giorno successivo il motore di ricerca francese Qwant avrebbe sostituito Google come predefinito su tutti i computer interni dell’istituzione, su Firefox ed Edge, per 720 parlamentari e migliaia di assistenti e dipendenti amministrativi. La mossa fa seguito a una lettera inviata lo scorso novembre da un gruppo interpartitico di 38 eurodeputati alla Presidente Roberta Metsola, in cui si chiedeva di eliminare gradualmente Microsoft e altri strumenti di produzione extra-europea. La coincidenza di calendario con la presentazione del pacchetto della Commissione segue la stessa logica: tradurre la sovranità digitale da dichiarazione di intenti in scelta operativa verificabile.
